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Un tema interessante quello della FATICA

 

Chiunque di noi pratica un qualsiasi sport di endurance si è sicuramente sentito chiedere “perchè fai tutta quella fatica?”.

Visti dall’esterno, gli sportivi che scelgono discipline faticose, sono quasi dei masochisti, quasi come se ricercassero volutamente la fatica per provare dolore.

Il pensiero deriva dal fatto che chi non pratica sport non vede nel raggiungimento dell’obiettivo sportivo – sia esso agonistico o puramente ludico – una motivazione sufficiente alla fatica.

Ma cosa succede quindi nella mente dell’atleta di sport di endurance come la bici, la corsa, lo sci di fondo o il nuoto? Cosa lo spinge a voler provare la fatica che serve al raggiungimento di un qualsiasi obiettivo?

Il ruolo della fatica nella nostra vita è fondamentale. Se sostituiamo alla parola “fatica” la parola “impegno”, già iniziamo a capire.

La vita della maggior parte degli esseri umani, da sempre, segue un iter lineare: scegliamo un obiettivo, ci impegniamo per raggiungerlo, se ci impegniamo abbastanza lo raggiungiamo. E così via, obiettivo dopo obiettivo.

La fatica, o impegno, quindi fa parte della nostra vita tanto quanto respirare, mangiare, sorridere.

Nei tempi moderni, spesso, questo semplice concetto si è perso. Avere accesso facilmente a cibo, acqua, denaro, benessere, informazioni, luoghi, ci porta a pensare che non sempre si ottengano risultati solo grazie alla fatica e quando, come alle volte accade, ci impegniamo molto e facciamo molta fatica, ma non raggiungiamo il risultato, pensiamo che LA FATICA NON SERVA A NULLA.

Gli sport di endurance riportano invece noi atleti verso il discorso originario.

Qualsiasi atleta, anche il più scarso, all’inizio si pone un obiettivo, si allena duramente per raggiungerlo e poi cerca di arrivarci con tutte le forze, che sia una gara estenuante, un Ironman, o una semplice sgambata non competitiva.

Come mi disse un giorno Lucilla Andreucci, maratoneta di fama nazionale: la fatica è vita.

Questo è il concetto, magico, che sta alla base di qualsiasi disciplina di endurance.

Ci sarebbe poi da introdurre il concetto di resilienza.

Come definisce Pietro Trabucchi, psicologo sportivo noto per la sua conoscenza dei meccanismi psicologici negli sport di endurance,  la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda.”

E quindi anche la capacità di utilizzare la “fatica” come motivazione e come carburante durante gli sforzi fisici prolungati.

A noi maratoneti, ciclisti, triatleti piace impegnarci duramente e provare a raggiungere il nostro obiettivo, sapendo che nello sport non esiste “fortuna”, “fato”, “coincidenza” e, escludendo casi di disonestà, non esistono nemmeno scorciatoie.

Alla linea di partenza siamo tutti uguali, solo l’allenamento farà le differenze (oltre ovviamente alle doti naturali).

Si dice che quando si pratica sport la fatica non sia mai sprecata. Fatichi, ma poi puoi raggiungere i tuoi sogni.

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