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Maratona, che importanza hanno i geni?

La prima maratona è un’emozione che non si dimentica. Di quelle che restano impresse per sempre in qualche punto in fondo all’anima. La mia prima volta è stata a Venezia, la Venice Marathon. Ahimè lo scorso Millennio. L’anno era il 1999. Da allora ne sono passate tante, una cinquantina. Altrettanti passi, sorrisi, strette di mano, abbracci, fatica, adrenalina a mille e gambe piene di acido lattico, muscoli pesanti come pietre. E un senso di felicità impalpabile che pervade tutto il corpo e la mente. Con le endorfine, le molecole che il cervello libera quando si fa uno sforzo fisico prolungato, che corrono dappertutto nel nostro organismo. Gioia pura e senso di appagamento. Provateci.

Ma per arrivare in fondo a una maratona bisogna essere super uomini o super donne? Niente affatto. Basta prepararsi bene. E decidere di farlo, che presuppone un lavoro mentale, motivazionale. Un ruolo importante, oltre all’allenamento che deve essere fatto periodicamente e per gradi: non si arriva subito alla distanza olimpica della corsa regina da 42 chilometri e 195 metri, ma di solito si parte da una 10 km, per passare poi a una 21 km, una mezza maratona. Con l’obiettivo fisso nel mirino: arrivare prima o poi in fondo a una maratona.

A me aiuta iscrivermi a una gara, avere una data, una sfida precisa davanti per spingermi ad essere fedele agli allenamenti – o almeno provarci. Allenamenti che presuppongono sacrificio e spesso degli slalom speciali nella vita quotidiana per incastrare il tempo per la corsa, con il lavoro, la spesa, la casa, la famiglia, gli amici, i figli, le tante cose da fare. La corsa in questo senso può diventare l’appuntamento con se stessi, il momento per te. Per scaricare, ma anche per rimettere a posto i pezzi…

Certo non tutti vanno alla stessa velocità in una maratona. Ma arrivare in fondo è sempre una impresa memorabile. Certo i keniani e gli etiopi vanno a doppia velocità. Poco importa. Arrivare, credetemi, merita sempre rispetto e applausi. Il tempo viene dopo. Più importante è il viaggio lungo i 42 km e dentro sé. Almeno per me è così.

Poi ci sono anche quelli forti. Sembra che conti la predisposizione alla corsa, la dieta ipocalorica sin da bambino che scolpisce fisici filiformi come quelli delle gazzelle keniane. Qualcuno ipotizza anche un primato genetico, insomma qualcosa che sarebbe scritto nel patrimonio dei geni dei corridori più forti. Uno studio dell’Università di Madrid, ad esempio, ha individuato sette geni chiave che proteggono i muscoli durante la corsa e aiutano a migliorare le prestazioni e ad abbassare i tempi. Secondo i ricercatori spagnoli, in futuro tali geni potranno essere utilizzati per creare allenamenti personalizzati per i top runner, disegnati su misura a partire dal Dna per le loro fibre muscolari. «Correre la maratona – scrivono – richiede circa 30mila falcate, 30mila passi, con le gambe che a ogni passo assorbono fino a tre volte il peso corporeo del corridore». Un passo dopo l’altro con il peso che ci ricorda che siamo attaccati alla terra, la gravità. Uno sforzo ripetuto e prolungato con una continua contrazione dei muscoli delle gambe. Sforzo che porta a un deterioramento delle fibre muscolari. Per questo dopo una maratona si sente un affaticamento muscolare, le gambe fanno male e si cammina per un paio di giorni a fatica: siamo umani. I ricercatori hanno esaminato il genoma di 71 maratoneti esperti, focalizzando l’attenzione su sette geni chiave che studi precedenti avevano legato in qualche modo alla salute muscolare. Confrontando i profili genetici degli atleti con i livelli di proteine nel sangue e le performance post gara, è emerso che avere i geni giusti può davvero ridurre il danno muscolare dovuto alla corsa. «Nel prossimo futuro – concludono i ricercatori – i maratoneti potranno valutare il loro profilo genetico per sapere se sono pronti per la gara». Avere dei geni meno predisposti allo sforzo prolungato, ammesso che questa teoria abbia evidenza scientifica, non esclude nessuno dal poterci provare. Non siamo tutti keniani. Avere un profilo genetico meno predisposto significa soltanto che «bisogna fare un allenamento più mirato per preparare i muscoli alla sfida».

Insomma, allacciate le scarpette (compratele di un numero più grande per evitare le vesciche). Spegnete il telecomando della tv, lo smartphone. E uscite a correre all’aria aperta. Correte due-tre volte alla settimana. Aumentando le distanze progressivamente. E tempo sei mesi, un anno al massimo, sarete pronti per cimentarvi con una 42 chilometri. Superare con la mente la crisi dopo il trentesimo chilometro che arriva a tutti, anche ai keniani. E arrivare al traguardo. Felici. Ci guadagnerete in vita.

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