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Tallonite da running, cos’è e come curarla. Vi racconto la mia esperienza.

E alla fine è arrivata. Subdola, giorno dopo giorno. I sintomi: prima un leggero fastidio che passava dopo poco, poi un dolore sempre più acuto, soprattutto al mattino. Il risveglio era imbarazzante, per alzarmi dal letto dovevo appoggiarmi, non mi reggevo in piedi. Facevo finta di stare bene per non sentirmi dire le solite cose: “Vedi! Corri troppo! Te l’avevo detto” e via così. Non passava quasi più, correvo con il male perpetuo ad ogni appoggio. Così mi sono fermato.  Conoscevo già la diagnosi: tallonite del runner.

Chissà perché mi era venuta? Dove avevo sbagliato? Nel podista, la prima cosa sono i sensi di colpa. La seconda, sono gli amici che diventano fisioterapisti, consiglieri in buona fede: “Fai così, vai da quello o da questa…”. Ancora più complessa e confusa la situazione se fai una ricerca sui siti: vieni travolto da una esondazione di storie, diagnosi, tempistiche e altro ancora. In questi casi adotto un’unica strategia per curarmi, mi affido e rivolgo sempre all’angelo custode della mia corsa: il professor Armando Barchi. Ci conosciamo da sempre, lui giovane fisioterapista di belle speranze mi trattava nella mansarda di una palestra in centro, io – già ultratrentenne – tentavo di correre più forte senza avere troppi danni. Mi conosce da sempre e sa interpretare e adattare alle mie caratteristiche le cure.

Nel caso specifico la tallonite del runner è, per tutti noi podisti, una brutta bestia, anche se qualsiasi infortunio che ci impedisce di praticare la nostra passione diventa una questione di primaria importanza. “È la fascia plantare che si inserisce nell’antero-mediale del calcagno”, sentenzia Armando. È “un’irritazione da trazione” mi specifica il mio guru. Una questione meccanica che deriva non dall’appoggio del calcagno a terra, come pensavo, ma dalla trazione della fascia plantare. Le cause della tallonite? Piede cavo, scarpe sbagliate, appoggi non corretti. Si tutto bene, ma io voglio ricominciare a correre, presto, subito!

Come si cura una tallonite? I rimedi in questo caso sono diversi: dalle onde d’urto alla tecar (trasferimento, energetico, capacitivo, resistivo) in pratica vascolarizzazione dell’area interessata con effetto anche analgesico, terapia manuale e anche, un necessario inquadramento posturale.  Su suggerimento, sempre di Armando, ho fatto ghiacciare una bottiglia di plastica e la passavo avanti e indietro sotto la pianta del piede (esistono in farmacia sistemi meno empirici ma forse non così efficaci). Intanto passavano i giorni e non correvo o correvo poco, anche se non dovevo (ma non lo raccontavo ad Armando per non essere inchiodato dal suo sguardo che diceva tutto).

La vera svolta alla fine, oltre le cure, sono state le scarpe. Le ho cambiate, dà protettive a più leggere e, come per magia, la tallonite del runner in una settimana è scomparsa. Sembrava un controsenso, ma come mi ha confermato Barchi, le scarpe protettive assorbono di più ma – contemporaneamente – rilasciano più vibrazioni che possono creare infiammazioni. Infatti, un altro rimedio efficace, sono le solette che tolgono, per l’appunto, le vibrazioni.

Bene, ho ricominciato a correre e mi si è riaperto il mondo, l’umore è tornato normale. La corsa non è solo una questione di endorfine, è benessere, libertà, gioia di partecipare. La lezione? Avere più pazienza, affidarsi ad un professionista serio che cura e conosce i podisti, non pretendere da noi stessi prestazioni che non possiamo fare e, soprattutto, scarpe giuste cambiate dopo 600/700 km.

Tanto è sempre così: chi ama la corsa come noi, non ne può fare a meno. Siamo nati per correre, l’equilibrio cinetico è il nostro modo di vivere.

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