joi-me.com
post-thumbnail

La maratona di New York

Domenica 4 novembre si corre la più celebre maratona, quella di New York. L’evento sportivo di massa più importante al mondo. Le iscrizioni sono chiuse da mesi. Impossibile trovare un pettorale se non con le charities firmando un assegno di tremila dollari. Quest’anno i runner alla partenza saranno più di 53mila provenienti da ogni parte del mondo. I podisti italiani, dopo gli americani, sono il gruppo più numeroso: 3.500 persone. In una corsa di 42,195 chilometri ci sono migliaia di storie da raccontare. Mesi di preparazione. Sudore, fatica, il limite da superare, la concentrazione e la forza interiore per riuscire a vincere la propria personale sfida di arrivare fino a Central Park. In una maratona vincono tutti se si arriva. Ma c’è uno che arriva primo. Lo scorso anno è stato un ragazzo kenyano filiforme, con le gambe da fenicottero e la falcata da gigante: Geoffrey Kamworor, 25 anni, e un curriculum sportivo di altissimo livello: cinque volte campione del mondo con tre titoli nella mezza maratona, 2014, 2016 e 2018; e due nel cross country, 2015 e 2017. Geoffrey ha vinto l’ultima New York City Marathon tagliando il traguardo dopo 2 ore 10 minuti e 53 secondi, di un soffio – tre secondi – prima del connazionale Wilson Kipsang. Quest’anno si ripresenta per il bis, con un parterre di avversari di tutto rispetto. I keniani e gli etiopi sono i più temibili, sotto le 2 ore e 10: Festum Talan (2:06), Daniel Wanjiru (2:05), Tamrat Tala (2:04) e Lelisa Desise (2.04).

Tra gli italiani, occhi puntati su Sara Dossena, la campionessa di triathlon prestata alla maratona, diventata la più forte atleta italiana della disciplina che lo scorso anno al suo debutto sulla lunga distanza, proprio a New York, ha conquistato un ottimo sesto posto (2:29). A questo giro ci riprova non nascondendo le ambizioni da podio. Sognare non costa niente: forza Sara, tutti a fare il tifo per lei. Le sue avversarie principali sono le etiopi e le keniane: Manitu Daska (2:21), Rahma Tuja (2:23), Vivian Cheruiyot (2:18), Mary Keitany (2:17). L’australiana Lisa Weightman (2:25) e l’americana Shalane Flanagan (2:21).

Accanto alla gara degli atleti pro ci sono le 53 mila storie degli atleti normali. Gente che si è preparata per mesi con il sogno, l’obiettivo di portare a casa la medaglia di finisher. Sudando, faticando, superando il limite. Tutti vincono a una maratona. Anche quello che facendola di passo arriva dopo 6-7 ore. Gli applausi vanno anche a lui o a lei, come al primo che però vince il fantomatico assegno da 100mila dollari in palio alla kermesse di corsa della città che non dorme mai.

La Maratona di New York parte da Staten Island, l’isola davanti a Manhattan. Il problema principale dei maratoneti alla partenza è il freddo: dalle 7 i bus scaricano tutti i partecipanti nello spiazzo della vecchia caserma davanti a Verrazzano Bridge. Si resta tutti lì fermi al freddo, con l’umidità che ti entra nelle ossa, per due-tre ore, aspettando di partire alle 10. Il tempo reale della gara lo prende il chip. Ma dal momento dello start prima di arrivare sotto lo striscione della partenza passano cinque-dieci minuti. All’inizio è difficile correre, tra il ponte che è in salita e il fatto che si sta tutti insieme, stretti come sardine. Si inizia a correre veramente dopo un paio di chilometri. Passato il ponte comincia un lungo rettilineo infinito che attraversa Brooklyn, il sobborgo più grande della città. Ci sono un po’ di salite nei primi chilometri: per questo a New York non si fanno i grandi tempi di altre maratone: il percorso è ondulato ed è molto impegnativo. E’ una maratona nervosa. Brooklyn è il quartiere multietnico per eccellenza. Un piccolo mondo. Un tempo popolare, oggi rifugio di giovani artisti, millenials e creativi. In ogni isolato c’è una nazione diversa. Poi si arriva a Queens con le sue case di mattoni rossi. I grattacieli li vedi da lontano. Fino al punto in cui si attraversa Queensboro Bridge e si raggiunge l’isola di Manhattan, attorno al km 28. Da lì comincia un lungo rettilineo di 5-6 km per arrivare fino al Bronx e superare l’ultimo ponte, il Madison Bridge. Da Harlem si comincia a scendere sulla Fifth Avenue. Al 34esimo km dopo l’ultimo ponte comincia la vera e propria gara. Il punto più duro per tutti dove bisogna stringere i denti. C’è il pubblico che aiuta, ti incita e ti dà la forza di arrivare in fondo: dall’inizio alla fine a New York trovi sempre gente a sostenerti lungo il percorso. Gli ultimi chilometri, finalmente: si entra a Central Park che si percorre in lunghezza, dall’alto in basso, fino all’arrivo, dalla parte di Columbus Circle. Dove finalmente si avvera il sogno per ognuno dei 53 mila podisti. Arrivare in fondo alla più grande maratona del mondo.

Condividi su Share on FacebookTweet about this on TwitterPin on PinterestShare on LinkedIn
Copyright 2017 | Privacy | Cookie

Europ Assistance Italia - Compagnia di assicurazione, Piazza Trento 8 - 20135 Milano - P.IVA 00‍776030157